Il caffè. Anche a Genova lo sanno fare. Però..

Un poeta sostiene che qui il sole del buon dio non dà i suoi raggi. In realtà, in questi vicoli senz’aria, cupi di secoli e incuria piove e io, in un’astinenza che ha spento ogni luce, ho un bisogno fisico di caffè. Se avessi a portata di mano un medico penso che entrerei in un bar con la ricetta.

Nella zona di Campetto e dintorni, le insegne hanno un andamento pigro, quasi confortevole e le vetrine sono luccicanti, ma ho poco tempo, direi che al massimo potrei bere un caffè in apnea. Sono in ritardo e la conferenza in un laboratorio culturale a piano terra, sta per iniziare. Il relatore è davanti tavolo e prova la scansione delle diapositive. Gli altri, quelli seri, sono già seduti e hanno tutti il volto soddisfatto di chi, il caffè, se lo è preso per tempo.

Venti metri avanti, un riverbero di luce che respinge le avanguardie del temporale e l’incombere del vicolo. L’insegna, a mano a mano che avanzo, già mi intriga. È mezzo pomeriggio, diluvia, quasi buio.

“Ombre Rosse” mi ammicca e io, già travolto dall’evocazione, a questo punto, il caffè lo berrei fosse anche cicuta. Sotto, nel labaro di legno che dondola al vento, una specie di proclama che sa di inno sacro, un mantra senza tempo: “Cibo, vino e libri”. Esiste, dunque, un paradiso per gli uomini sperduti nei temporali del centro storico di Genova e declina tre fra le cose più importanti nella vita. Dunque entro. Quale mondo si schiude in vico Indoratori, quale magia fra queste case sfatte e gente di altri colori che intreccio con ombrelli di fortuna, buste di plastica in testa e, se indifesa, con le mani in tasca, che almeno qualcosa la pioggia lo risparmi?

“Buongiorno, mi scusi, posso avere un caffè?”, l’aria che si respira è quella della pausa lavori, le sirene della vetrina, mi avevano tratto in inganno. “Certo, glielo faccio, ma non lo paga…” .“Penso a un guasto della cassa, un black out tecnologico, un orario non valido e tranquillizzo l’uomo che inizia ad armeggiare intorno alla macchina del caffè, citando la formula magica e salvifica di altre situazioni analoghe: “Non si preoccupi: ho gli spiccioli”. “ No, non ha capito, non glielo voglio far pagare. Questo è un ristorante e non possiamo darle il caffè a quest’ora. Così glielo offro…”

Mi fermo, mi guardo in giro, attendo, che si riveli l’arcano o che l’altra persona presente mi sveli lo scherzo o il perché. Quello si gira e inizia a studiare il temporale.

Vivo in Liguria da sempre, e, quasi sempre, quando entro in un negozio o in un locale come cliente, non c’è risposta al mio saluto, anzi sovente ci vuole tutto che mi chiedano che cosa cerco. Ma qui fra questi vicoli per me tutti uguali e un po’ inquietanti, sempre più bui nella sera che incombe, mi imbatto in uno che senza avermi mai visto e sapendo che sicuramente non tornerò, mi offre il caffè. E anche buono. In genere le brode hanno come scusante l’ora inusuale o la macchina appena accesa. Questo invece è perfetto, profumato, nero, fumante. Niente zucchero, caldo, una delizia.

Bevo con calma, mi gusto la situazione, non solo il caffè.

Fuori adesso scroscia, azzardo ancora una volta se posso pagare e lui, con un gesto che sminuisce l’atto, mi sussurra:. “Cosa vuole che sia, è solo un caffè…” Questa volta l’accento lo tradisce. “Lei non di qui, vero?” e faccio anche la figura del fesso, ma come dire, in qualche modo dovevo pur pagare. Un sorriso, un movimento della mano e poi: “No, sono di Napoli”.

Poco distante le luci dello studio dove si svolge la conferenza si abbassano, più che un avviso sono un ultimatum, rientro in fretta.

Un uomo, vicino all’uscio, tiene al guinzaglio un cane che, invece di seguire il relatore, spia dal vetro della porta d’ingresso la gente che corre nel vicolo, sotto il diluvio. Mi guarda, vede la mia faccia da caffè e si accuccia da cane di mondo, preferendo sognare la fine del temporale.

Inizia la conferenza, Genova, di nuovo Liguria, il caffè di Napoli mi arpeggia fra lo stomaco e l’anima.

Guardo il cane che russa, tutti e due vediamo il sole.


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Commenti

    1. Donata, Donata, quante volte mi hai promesso una visita nel centro storico! Adesso che viene la bella stagione farò un blitz. Non può essere una sorpresa perché se arrivo e non ti trovo, ho sprecato un’occasione. Ma sicuramente sarà una mezza sorpresa. Un abbraccio

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