Ragazzi che ridono, profumo di fette

Ho sentito le voci. Un cinguettio senza acuti. Un coro allegro e sicuro.

Avrei detto sereno.

Fra due ali di muri correva un piccolo fiume di alunni incolonnati.

A due a due, come da precetto, chiacchierando allegramente.

Non passano, fra queste cortine antiche, molte persone.

Si fermano, la gran parte, più in giù, dalle fette, in coda per un cibo storico, che sazia. Un vero street food che ha il collaudo delle genti e il blasone dei secoli. Il ketchup con cui lo sviliscono adesso e la maionese non ledono più di tanto il suo prestigio.

In pochi e distratti, sicuramente sempre silenti, oltrepassano i vapori dell’olio e i profumi della panizza e arrivano alla mia piazza.

Lupi solitari e viaggiatori apparentemente spersi.

Che io ricordi ho visto una folla attraversare questa ferita di inferriate e pietra solo in due occasioni, la prima era stata un corteo storico e oggi, finalmente, un gruppo festante di bambini.

Quella volta sembrava che il tempo avesse lasciato, per un attimo, la porta socchiusa. Stendardi in testa, re, madonne e fanti colorati, come in una mano di tarocchi, e un tamburino che dava il tempo. Un bel numero di armigeri.

Ma parlavano sottovoce, quasi un bisbiglio. Non distinguevo quale la lingua o la parlata. Comunque un’immagine veloce e indimenticabile, in un pomeriggio di festa.

Il tempo di affacciarsi ed erano già scomparsi.

Chissà se erano figuranti di oggi, oppure una turba regale sfuggita da una breccia del mio libro?

Ora, fra case senza sole e dalle finestre abbottonate, un’altra apparizione. Alunni in permesso-premio, piccoli ergastolani della gioia, graziati forse dall’amnistia di un museo.

Alla mattina, una volta, molto sul presto, era ancora buio, anche d’estate, sentivo il carretto del tortaio che, da una dipendenza della farinata, muoveva i primi carichi della giornata. Contendeva il silenzio ai canti delle suore che arrivavano, travalicando i tetti, a raccontarmi di orari inusuali e altre solitudini.

Il carretto percorreva tutto il vicolo con un cigolio non fastidioso, ma netto, solitario, produttivo. Buio e silenzio, ma nonostante il soprassalto, mi metteva di buon umore.

Mi illudevo, le finestre chiuse, nel mio letto a strapiombo, che fosse un gesto antico, che si dovesse così, per una mescola migliore e che lo imponesse la tradizione. E il sacrificio del mio risveglio, peraltro misconosciuto e anonimo, fosse un tributo rituale al piacere della collettività. Perché lo facessero quando era ancora buio e che cosa trasportassero non me lo sono mai chiesto.

Un viaggio solo, un’andata e un ritorno. Lo stesso cigolare ininterrotto, lungo lo spazio di un tragitto.

Rifiuti, un carico di vino, bottiglie di bolle americane? Non l’ho mai chiesto. Né, in realtà, ho mai voluto sapere.

Spento il rumore, mi rigiravo senza ansie a dormire e rimandavo i pensieri. Quando è così, quassù, sembra una fortezza.

E i miei spalti sono lastricati di ardesie.

 


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