Piazza Sisto, rose e neri

I venditori di rose hanno fatto giornata doppia. Oggi in giro a intercettare innamorati con la scadenza, stasera la solita routine nei ristoranti. Se fosse piovuto sarebbe stata una festa anche con gli ombrelli. Invece solo raffiche gelide e un vento ambizioso.

Quando è sceso il buio, e il freddo ha sfoltito gli ultimi irriducibili, piazza Sisto si è svuotata degli habituès. Strano per essere poco più delle 19. La prima cosa che mi ha colpito è stata che, in tutta la piazza, oltre a me, c’erano solo due persone al centro. E attorno, sedute sulle “tombe” altre quattro o cinque. Non di più.

Tutti erano immigrati. Tutti molto giovani, tutti neri.

Al centro della piazza, un maschio adulto con una singolare felpa che ostentava orgogliosamente la scritta Italia e di fronte a lui una bimba di 5-6 anni.

Hanno giocato a lungo a pallone, dolcemente senza l’enfasi dei ragazzini del pomeriggio, ma con l’armonia di due persone che cercano un accordo. O forse hanno l’accordo e cercano la sintonia. Comunque due persone che stavano bene assieme, senza ruoli, serenamente. Come se prendere a calci una palla fosse una canzone. Era un’immagine dolcissima e, rasserenante.

Il vento faceva danzare le bandiere sulla facciata del Comune, intorno c’era solo silenzio. Mi sono soffermato a lungo.

I ragazzini neri ascoltavano musica, il padre (suppongo) e la bambina calciavano sorridendo. Una grande piazza bianca, senza stridori, due figure armoniose e nere. La piccola, devo dire, forse non diventerà una calciatrice.

E poi quella scritta Italia sulla schiena monumentale dell’uomo che sorrideva agli errori della bambina. Quel gioco armonioso e silente era un po’ la metafora di questo Paese. Prendiamo a calci in faccia la gente, la lasciamo morire sotto un treno alle frontiere o annegare in mare, li sfruttiamo a 3 euro all’ora nelle nostre piantagioni di cibo mediterraneo e ci sentiamo eroicamente appagati per averli respinti o coagulati in centri di concentramento. L’importante è l’esercizio muscolare dei diritti. Senza quei ragazzi neri seduti ad ascoltare musica e senza quel papà e quella bambina che giocavano questa piazza sarebbe rimasta silenziosa e vuota. Non avrebbe prodotto gioia né armonia. Inutile. Tre cose mi hanno soprattutto colpito. La prima (e che mi ha reso felice e un po’ orgoglioso di questa città), l’assoluta serenità di queste persone. Si sentivano sicure, accettate. Non c’era un problema di pelle. Non sempre succede.

E, l’altra mia, strettamente personale. Attraverso sovente piazza Sisto e francamente mi fa molto piacere vedere i ragazzini che giocano a pallone. Savona in quel momento sembra davvero una città viva. Ma adesso che mi sforzo di pensare non mi è mai capitato di vedere un adulto e un bambino giocare assieme così serenamente e così a lungo.

La terza che conferma l’intima convinzione che ormai che questo Paese, piaccia o meno è cambiato.

Padre e bambina parlavano fra loro in perfetto italiano…

 


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Commenti

    1. Esatto. Ovvio che debbano esistere delle regole, ed ovvio che debbano essere seguite nel rispetto della dignità di tutti. Però gli scambi culturali ed emotivi sono un patrimonio a cui il mondo di oggi e, soprattutto, quello di domani, non può rinunciare…

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