Il professore da pastore

Un mio amico professore amava pensare.

Ha pensato alla gente, ai problemi della gente, molto alla politica, molto, soprattutto, a come avrebbe potuto cambiare le cose. Che è un modo alto di fare politica.

Poi un giorno, se ne è andato. Nonostante la lotta e l’impegno, sulla costa davanti a casa sua, stavano costruendo una piattaforma grande come 20 campi da calcio. Avevano ucciso il mare e cancellato spiaggia e habitat.

Non era una fuga, né una diserzione. Si può combattere contro il Destino, non contro l’ignoranza.

Certe volte, più che la fatica della scelta, pesa la solitudine della battaglia.

È salito sui monti. Una Resistenza, la sua, fatta di cercare il bello. La terra, il piacere della primavera, il fascino dell’inverno. La danza ipnotica dell’autunno. Le letture, gli amici. I sentimenti. L’estate che scalda in tutti i sensi.

Un giorno, nella sua casa davanti alle Alpi, mentre rinforzava di legna il cammino e fuori nevicava, ha bussato alla porta un amico architetto.

Anche lui aveva lasciato la città ossessionato da altre piattaforme ed anche lui era salito lì, fra i boschi.

Mentre il mio amico seminava patate e fagioli, l’architetto si era cimentato – e con un certo successo – con l’allevamento e la pastorizia. Capre, pecore, molto latte e un buon formaggio.

L’inverno era duro e bisognava portare fuori gli animali. Il mio amico e l’architetto hanno cominciato a far uscire pecore e capre tenendole raccolte in stalli volanti.

Un giorno in un posto e poi, il giorno dopo, in un altro. Finché c’era erba.

Una fatica immane, quasi inumana. Inumana, infatti. Tanto che il mio amico e l’architetto dopo un consulto d’occhiate, sono partiti, per andare sulla montagna da un pastore che cresceva cani adatti alla custodia delle greggi.

Due cuccioli, bellissimi e figli di genitori collaudati.

Arrivati a casa, molte coccole e cibo. Per giorni.

Perché non desiderassero un’altra casa e altre mani.

Poi una mattina sono usciti tutti assieme. Il gregge davanti e, dietro, a spingere, il mio amico e l’architetto.

I cani, reticenti, preferendo il caldo della stalla, facevano melina.

Alla fine hanno guadagnato i campi, dove un residuo di neve ghiacciata scricchiolava sotto i passi. La luna non era ancora tramontata.

Gli stalli, le pecore da una parte, le capre dall’altra. Il mio amico a correre avanti indietro.

I due cuccioli seduti a guardare il via vai. Nemmeno troppo interessati. Meglio seguire un rumore dal profondo del bosco o quella pecora che li guardava masticando dal recinto.

Il mio amico andava avanti indietro e, per coerenza didattica l’architetto, dava ordini. Vai di qui, vai di là, insegui quella pecora, fra rientrare quella capra.

Ordini per il mio amico professore che per induzione sarebbero dovuti arrivare ai cani. Insomma colpirne uno per educarne almeno due. Niente. Non un giorno, non tre, non una settimana.

Neanche prendendoli in braccio e spingendo la pecora recalcitrante dentro lo stallo, il mio “amico da pastore” e il cane stretto al petto, si era arrivati a qualcosa. Anzi il cane prima cercava una miglior stabilità fra le braccia, poi al massimo della soddisfazione, gli leccava il volto.

Può un professore di scuola insegnare a un cane a fare il pastore?

Dipende dal fiato e dalla resistenza.

In effetti un certo giorno, a un certo punto, il mio amico è crollato. Schiena contro il ghiaccio, il volto verso il cielo che si imbiancava.

No. Certe cose te le deve insegnare uno del mestiere, ha pensato, decidendo che i cani avrebbero dovuto essere riportati ai genitori, se non per una bocciatura, almeno per un ripasso.

Intanto nella luce sempre più alta del mattino un cucciolo lo fissava intensamente con tutto il disprezzo dovuto a chi aveva cercato di rubare il posto a dei professionisti.

Ma nulla ormai importava al mio amico professore. Non aveva nemmeno più la forza di cacciare con la mano l’altro dei cuccioli che, tirandogli la manica, lo richiamava al proprio dovere indicandogli una pecora, furtiva e disobbediente, che si stava allontanando dallo stallo.

 


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